mercoledì 18 gennaio 2017

Una riflessione sulle richieste d'Aiuto


Oggi vorrei condividere con voi un pensiero: come mai ci sono tante mame sofferenti ma quando si apre uno sportello per un ascolto diretto non si presenta nessuna mentre via web si? Quando noi del Gruppo di Auto Aiuto abbiamo aperto due sportelli di ascolto a Padova, dove l'associazione ha sede, eravamo piene di entusiasmo e desiderio di dare un aiuto più concreto, più diretto ed un abbraccio vero. Invece è arrivata l'amara delusione:nessuna mamma è venuta, solo specialiste desiderose di aiutarci. Perchè c'e ancora tanta omertà nel cercare aiuto diretto e non telematico? Ve lo chiedo perchè il sospetto è che sia fin troppo semplice mascherarsi dietro al web o whatsapp per dimostrare una sofferenza ma non c'e' la volontà concreta di prendere in mano il problema. Molto spesso le mamme prima chiedono aiuto e informazione e poi spariscono ... Sono qui per dirvi che CURARSI SI PUO' e SI DEVE per noi stesse e quindi i nostri bimbi ed i nostri familiari. Ma la decisione ultima spetta a noi:meglio rimanere dietro il muro del WEB o affrontare la REALTA' che non è così terrificante? Il cammino è difficile, talvolta incerto MA LA STRADA PER USCIRE DAL TUNNEL ESISTE ed E' CONSOLIDATA: basta uscire allo scoperto! Perchè ancora tanata vergogna? La Depressione in Gravidanza e nel Post Partum è una patologia oramai riconosciuta da tutto il mondo medico scientifico al pari del Diabete Gestazionale, dell'Ipertensione e tante altre patologie. Basta con le solite etichettte che la mamma depressa deve solo darsi una scossa, NON E' VERO: ha bisogno di un aiuto psicologico e farmacologico concreto ed immediato. Si immediato perchè prima la gestante o la mamma ci sura davvero, PRIMA GUARISCE e con lei esce dal dramma TUTTA LA FAMIGLIA. AIUTATEVI a CURARVI.

martedì 10 gennaio 2017

Non sottovalutate la depressione in gravidanza!

Carissime mamme in attesa, ero un po indecisa su dove lasciare questo mio post, in quanto vorrei che fosse di aiuto, ma non vorrei spaventare nessuna di voi...
Scrivo la mia esperienza perché ho avuto modo di leggere vari post di mamme in gravidanza, preoccupate per un senso di oppressione, di ansia, di tristezza che si sono sentite improvvisamente piombare addosso, nonostante la gravidanza sia stata desiderata e nonostante stia procedendo nel migliore dei modi.



Capita inoltre che, accennando a qualcuno la tristezza che ci assale e che magari ci fa piangere spesso, ci si senta dire: Come fai ad essere triste in un momento così bello della tua vita? Saranno gli ormoni Devi sorridere Altrimenti il tuo bambino ne risente
Il problema è che tu non senti più voglia di sorridere, solo di piangere e, man mano che i giorni passano, vorresti tornare indietro, annullare tutto, svegliarti da un sogno e non essere più in gravidanza

giovedì 22 dicembre 2016

Care Mamme, cari Papà e Amici tutti,

Grazie per averci accompagnato in questo cammino di condivisione durante tutto il 2016.

Grazie a tutte le volontarie che collaborano e hanno collaborato con noi ed alle Associazioni senza le quali non avremmo saputo indirizzare le mamme verso gli specialisti e le strutture più appropriate.

Grazie per il sostegno in quest'anno di duro lavoro in cui finalmente ha visto la luce il libro testimonianza "Mamme Sottosopra",che sarà nelle librerie e on-line, in formato elettronico, a partire da marzo 2017.

Grazie a tutte le famiglie che ci hanno supportato col proprio tempo e con le donazioni.

Grazie ai Professionisti che ci aiutano ogni giorno a meglio comprendere ed accogliere le mamme in difficoltà.

E' stato un anno denso di avvenimenti,manifestazioni ed emozioni.
Chiudiamo l'anno con l'Augurio che nel 2017 arrivino nuovi volontari perché sono linfa per sostenere le mamme che sono ancora nel disagio.

Ci auguriamo di crescere per accogliere sempre meglio le mamme e le famiglie bisognose di sostegno: per questo abbiamo bisogno di tutti voi!

Con tutto l’affetto del nostro Cuore vi Auguriamo il più Sereno Natale e soprattutto un BUON ANNO NUOVO!
Lo staff del
Gruppo di Auto Aiuto

Associazione di Volontariato Progetto Ilizia
www.progettoilizia.it



venerdì 2 dicembre 2016

Anteprima dellla copertina Mamme Sottosopra

Ecco a voi in anteprima la copertina del libro a breve in uscita: "Mamme Sottosopra" - Testimonianze di Vittoria sulla depressione in Gravidanza e nel Post Partum.

Questo è il frutto del lavoro del Team di Ilizia (www.progettoilizia.it) e di molte mamme che hanno contribuito a raccontarsi e a mettersi in gioco.


Ed è anche un pensiero e un nobile gesto che va oltre la semplice idea regalo.
Potete prenotare la Vostra copia scrivendo a sara.bacciolo@progettoilizia.it





venerdì 4 novembre 2016

La Depressione Post Partum raccontata da un papà

Ed eccoci puntuali come ogni settimana con uno stralcio di racconto tratto dal libro "MAMME SOTTOSOPRA" testimonianze di Vittoria sulla Depressione in Gravidanza e nel Post Partum.
oggi vi proponiamo una testimonianza diversa dal solito, il racconto di un papà che ha voluto dirci cosa significa vivere accanto ad una persona che ha sofferto di dpp.

 ****************testimonianza di Zeno marito di Sofia*****************

Fin da adolescente ho coltivato il sogno di diventare papà. Forse un sogno non molto comune, ma per me ha sempre significato moltissimo; molte volte sembrava potersi concretizzare, altre si allontanava, finché un giorno accadde.
Dopo una gravidanza piuttosto travagliata (aggettivo quanto mai azzeccato), nacque il nostro primogenito. La tensione con cui vivemmo tutti i nove mesi sfociò – nel mio caso personale – in una felicità incommensurabile: il ricordo è tutt'ora intatto e anche oggi, quando lo vedo mi ricordo di quel giorno.
I problemi, tuttavia, non erano superati. Probabilmente non volevo vederli, non saprei dirlo, ma tutta la tensione e la paura che ci accompagnarono durante la gravidanza lasciarono molti strascichi. Personalmente ammetto che li sottovalutai, perché quella strana consapevolezza e forza che sentivo dentro di me mi diedero la convinzione che avremmo superato qualsiasi difficoltà, senza grossi affanni. Finalmente mi sentivo realizzato, uomo fatto e compiuto, padre di famiglia e nulla mi avrebbe fermato.
Invece Sofia iniziò fin da subito con i primi disagi: sia per l'allattamento, sia per essere lasciata sola per gran parte della giornata, sia per non riuscire a riposare e per tanti altri motivi. Le promisi di essere più presente, di alleggerirla del "carico" di lavoro, ma anche per me iniziarono le difficoltà.
In ufficio il clima era pesante, capitarono alcuni mesi in cui lo stipendio non arrivava, le preoccupazioni aumentavano di giorno in giorno. Quando rientravo, trovavo una situazione ancor più drammatica, se così si può dire: il mio sogno idilliaco era miseramente svanito.
Il giorno in cui lei crollò me lo ricordo come fosse ieri. Andammo a fare una passeggiata, era primavera ed era una giornata piacevolissima. Prendemmo un gelato e rientrammo: lei era sorridente e in cuor mio mi sentivo sollevato: tutto andava meglio. Che illusione: rientrati a casa, scoppiò a piangere dicendomi che non ce la faceva. Arrivarono i miei suoceri e decidemmo che Sofia e il piccolo si sarebbero trasferiti da loro, almeno per un periodo.
Io vissi tutto questo come un enorme fallimento: non c'era più la mia famiglia, il sogno che avevo inseguito mi stava sfuggendo di mano, non era più sotto il mio "controllo" e – non da ultimo – nessuno a cui poter chiedere qualunque cosa. I miei genitori la presero malissimo e sostennero che l'uscita di casa fosse più un capriccio che altro; io non capivo più nulla, facevo bene a lasciarla andare? E se non fosse più tornata? E il piccolo? Di punto in bianco era come retrocedere di anni, prima del matrimonio, in cui vivevo da solo. La vita ti si svuota, perdi i riferimenti, passi dal voler mandare tutto a quel paese ad altri in cui ti propendi in sforzi di tenacia e forza di volontà nel dover resistere
Nessuno capiva: né i parenti, né gli amici. Al lavoro la situazione precipitava a sua volta: rasentai il crollo. O forse ero già crollato e non me ne rendevo conto. Poi accaddero due eventi che – nella loro totale diversità – diedero la svolta: il primo fu una sbandata che presi una sera, in un momento di estrema debolezza, con una amica. Fu talmente maldestra come esperienza, che Sofia mi scoprì immediatamente, con tutte le conseguenze del caso.
La seconda fu un incontro casuale con il mio ottico, una persona straordinaria che oserei definire un amico. Non so perchè ma quella volta mi confidai, raccontando (in parte) la nostra storia. La sua risposta fu spiazzante, uno squarcio: "Ah no, ma scherzi, se è in depressione deve prendere assolutamente i farmaci! Sono fondamentali per poter guarire!". Ecco che quello che mi era sempre suonato come un tabù, diventava una cosa del tutto ovvia e necessaria.
Da quel periodo in avanti, realizzai molte cose. Su tutte, che non poterla aiutare direttamente a superare la depressione non era una sconfitta, bensì una diversa forma di aiuto: solo con il mio appoggio totale e incondizionato ce l'avrebbe fatta. Solo mettendo da parte le mie fantomatiche pretese da "pater familias" e di sentirmi uomo forte e sicuro le sarei stato davvero vicino.Mi ci sono voluti mesi per aprire gli occhi, e questo qualche conseguenza l'ha avuta. Ma ora posso dirmi contento delle mie scelte, soddisfatto per non aver ceduto a facili tentazioni e – ora che non solo ha superato quel periodo ma è pure in prima linea per aiutare altre con le stesse problematiche – orgoglioso di lei.
L'immagine può contenere: oceano, cielo, crepuscolo, nuvola, spazio all'aperto, natura e acqua

giovedì 27 ottobre 2016

Depressione e Rapporto di Coppia

Com’è la vita di coppia, quando uno dei due partner è depresso? Come bisogna comportarsi, se il nostro compagno ci accusa d’essere la causa dei suoi malesseri?

In questi giorni, una cara amica mi ha confidato un suo problema personale, e ispirandomi alle sue vicende ho pensato di scrivere un articolo dedicato a un problema che assilla molte coppie: il coinvolgimento del partner in un quadro depressivo. Che cos’è la depressione? Secondo la Classificazione ICD10 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, perché si possa definire un quadro di depressione è necessario che siano presenti almeno due dei seguenti sintomi: un basso tono dell’umore, l'anedonia e la perdita di interessi. L’anedonia descrive l'incapacità di un paziente a provare piacere in circostanze e attività normalmente gratificanti come dormire, mangiare, relazionarsi ad altre persone e svolgere attività sessuali. Secondo il DSM-IV-TR, invece, i principali sintomi depressivi sono due: l'umore depresso e l'anedonia, ed è sufficiente che il paziente ne presenti almeno uno per porre diagnosi di episodio depressivo maggiore.

Con questa premessa, ne consegue che se uno dei partner vive un quadro depressivo, la qualità della relazione di coppia subisce una grave deflessione. Il soggetto depresso non prova interesse per le attività domestiche, si occupa poco della casa, diventa apatico e indolente. Si sente pesante, indesiderabile e inutile, e prova un barlume di piacere solo quando si avvicina il momento di andare a dormire. Ha sempre meno stima e fiducia in se stesso, si sente fallito in diversi ambiti, in particolar modo nel campo professionale e, soprattutto se è un uomo, si sente minacciato anche nella sfera sessuale. A poco a poco, dirada le attenzioni verso il partner. Non provando interesse per se stesso, come potrebbe soddisfare le esigenze di un’altra persona, che a sua volta ha bisogno di coccole, rassicurazioni e conferme? Per tutelare le sue scarse risorse, il soggetto si chiude in se stesso, congela i propri sentimenti sotto una coltre d’indifferenza e tende a evitare anche l’atto sessuale.

Per il coniuge, la vita in casa diventa sempre più difficile, e capita che certe situazioni, trascinate allo stremo, sfocino in una separazione. Nelle prime fasi, quando il quadro depressivo non è ancora evidente, il compagno trascurato può reagire con rabbia, scatenando ancor di più la chiusura reattiva dell’altro. Si può giungere a scambiarsi accuse pesanti e non sempre vere. Il partner più solare vorrebbe che il compagno s’impegnasse a guarire, mentre il depresso, che per sua natura ha la tendenza a manipolare gli altri, gli rinfaccia d’essere colpevole del suo stato: “Se mi sento così e non ti voglio più, è colpa tua.” Il partner non deve cadere nel tranello di credere a ogni sua insinuazione, a rischio di scivolare egli stesso nella depressione. Non intendo, in questa sede, elargire decaloghi di comportamento perché ogni coppia ha le sue esigenze e i suoi equilibri, ed elencarli tutti sarebbe impossibile. Mi limiterò a dire che il coniuge non depresso dovrebbe cercare la forza di valutare la situazione con obiettività, distinguendo gli effettivi difetti del compagno dai sintomi del malessere psichico. Quindi, se è deciso a salvare il rapporto di coppia, dovrebbe mettere in atto le più appropriate strategie per riportare in casa un clima di serenità. Non sentendosi giudicato o attaccato, il depresso potrebbe intravvedere un’effettiva possibilità per uscire dal suo malessere, e riuscire a risollevarsi. 

Se questo non bastasse, come venirne fuori? Se si tratta di depressione conclamata, non è facile rialzarsi da soli. É sbagliato pensare che un depresso, se vuole, se ha abbastanza forza di volontà, ce la fa. Non si tratta di un capriccio, ma di un vero e proprio stato patologico, non del corpo ma dell’umore. Perché il soggetto torni a vedere le cose con serenità, è necessario che subentri un cambiamento positivo nel suo stile di vita (condizione non sempre dipendente della sua volontà, ma pur sempre possibile, anche grazie agli sforzi del partner, ormai incamminato sulla via della beatitudine) o rivolgersi a un professionista. Se siete i compagni di un depresso, all’inizio attendetevi un rifiuto motivato da ragioni perlopiù economiche e d’orgoglio (“Chi, io dallo psicologo? Non sono mica matto! Vacci tu!”), ma agendo con pazienza è possibile portare il soggetto ad ammettere d’aver bisogno di un supporto specialistico. Fategli capire che richiedere un consulto, privato o pubblico, non significa essere pazzi o deboli. Significa soltanto che, in quel momento, le risorse di cui si dispone sono insufficienti per proseguire da soli. Se siamo aggrappati al ciglio di un pozzo e qualcuno ci porge la mano per sollevarci, la rifiutiamo solo per dimostrare di saper uscire da soli? Alcuni lo farebbero, ma quale prezzo? Ammettere d’aver bisogno degli altri non è segno di debolezza, ma di maturità. La prima visita potrebbe essere condotta da un medico di fiducia – per esempio, il medico di base – che, come esterno alla coppia e in virtù del suo titolo accademico, può insistere sull’opportunità di approcciare una cura specialistica. Le cure si avvalgono della psicoterapia e, se necessario anche di un supporto farmacologico studiato sul singolo paziente, per scelta del principio attivo, posologia e durata del trattamento. Per richiedere il trattamento farmacologico è necessario rivolgersi a un medico psicoterapeuta o a uno psichiatra, mentre per i colloqui è sufficiente avvalersi della figura dello psicologo. Nei casi di depressione lieve, è possibile aiutare la ripresa con rimedi naturali che agiscono sul meccanismo dell’uptake della serotonina. 

Anche l’alimentazione può influire sull’umore. L’assunzione di grassi e zuccheri, dopo aver elargito un breve e illusorio periodo di benessere, induce un innalzamento dell’insulina che blocca la serotonina nel cervello, provocando nervosismo, debolezza e insoddisfazione. Se vi sentite d’umore basso o dovete cucinare per un compagno spesso triste e demotivato, preferite – se possibile - un’alimentazione ricca di fibre (frutta e verdura), pesce e legumi e povera di carne e latticini.

martedì 25 ottobre 2016

Testimonianza di Francesca

ecco una nuova testimonianza tratto dal libro prossimamente in uscita..
storie di rinascita e vittoria di queste mamme che hanno saputo fare della propria sofferenza il loro punto di forza..
a te cara amica, mamma meravigliosa che tu possa nella vita non chiederti più..MATERNTA' RUBATA


************** Testimonianza di FRANCESCA ******************
L'immagine può contenere: oceano, cielo, nuvola, crepuscolo, spazio all'aperto, natura e acqua

Quando è nato mio figlio, che ora ha 14 mesi, la mia vita è cambiata per sempre: sono diventata madre, una cosa che desideravo con tutta me stessa, ma allo stesso tempo ho sperimentato una delle malattie più devastanti che una donna possa provare, che ti porta a rifiutare tuo figlio e a perdere la tua identità di donna e di madre.
Appena sposati, abbiamo subito a provarci e dopo alcuni mesi (per me interminabili e tristissimi, pensavo che non avrei mai avuto un figlio), finalmente ad aprile sono rimasta incinta.
Per paura e scaramanzia, ho deciso di non dire che ero incinta a nessuno, nemmeno a mio fratello. Che senso aveva dirlo, se tanto avrei perso il bambino? Io all’epoca pensavo solamente a questo.
L’ossessione di poter abortire era così radicata in me che ho iniziato a sviluppare molti DOC (disturbi ossessivi compulsivi): se non prego un certo numero di volte, perdo il bambino; se non sistemo casa in un certo modo, perdo il bambino; se dico parolacce, perdo il bambino. La mia mente era davvero traumatizzata e per proteggersi aveva cercato di mandarmi questi segnali. Una brava psicologa che mi ha preso in cura dopo la depressione mi ha detto infatti che quando qualcosa non va, la mente cerca di farsi sentire e mandarci dei segnali (nel mio caso i DOC), per fermarci, per chiederci di fare qualcosa. Ma chi ne è dentro, da solo, putroppo non può capirlo.
E poi, finalmente, una bella nottate di gennaio sono iniziate le doglie e ho partorito mio figlio. Ricordo quando è nato come fosse adesso: non ho sentito nulla di nulla. Avevo partorito e non dovevo più stare in ansia per la salute di mio figlio. Era nato vivo e vegeto e sano: missione compiuta.

Ad appena due ore dal parto, ho capito che qualcosa non andava. La felicità davvero non arrivava, anzi: continuavo a sentirmi in ansia. Non avevo mai pensato che sarei diventata madre e quando ho avuto il mio piccolo tra le braccia, mi sono accorta che non sapevo che farci (oddio se piange, oddio non mi viene il latte, oddio come posso stargli dietro).
Il giorno in cui siamo tornati a casa dall’ospedale, ho pianto in macchina. Ero terrorizzata da quello che mi aspettava. Come avrei fatto a prendermi cura di un bimbo, mentre ero stanca, demotivata, disperata?
Ho iniziato a collezionare DOC assurdi: lavavo i biberon solo in un certo modo, sciacquandoli mentre un certo numero di volte, altrimenti chissà che poteva succedere al piccolo
Quando ho raccontato la mia storia alla psichiatra, lei ha deciso che il ricovero era l’unica via. 
Il ricovero, invece, è stato l’inizio della mia rinascita. Grazie ai farmaci e alla psicoterapia a cui sono stata sottoposta per due settimane, ho iniziato ad accettarmi come madre, a capire che la depressione post partum non è un capriccio di una mamma che non vuole prendersi cura di suo figlio perché non ne ha voglia, ma che è una malattia devastante, che distrugge l’anima delle nuove mamme. Ho iniziato a capire che forse se ne poteva uscire.

Ora ripenso a quel periodo con molta rabbia. Adoro mio figlio, lo amo di più ogni giorno che passa. Sono gelosissima se rivolge il suo sguardo a qualcuno che non sono io, senza di lui non esisto e non sono. E un giorno spero anche di riuscirgli a dare un fratellino o una sorellina, sarebbe il mio desiderio più grande.